Il Centro della Ruota si trasforma

Carissimi che mi avete seguito nel mio peregrinare in viaggi astrali e terreni, ecco la nuova veste dei viaggi di Luhs e Jan, finalmente in versione ebook su Amazon!

Inutile negare che il viaggio è stato travagliato, dal 2012 a oggi, per tutti. Ma grazie all’aiuto indispensabile di Fabiana Redivo, che ha collaborato con me in questa rielaborazione, alla pazienza dei miei famigliari, e alla splendida copertina ideata da Nancy Carnevali, sono fiera di proporvi le vicende dei miei eroi vagabondi sotto una nuova luce, più chiara, più diretta, e spero, più piacevole.

In attesa delle nuove illustrazioni, che questa volta saranno completamente a cura di Delphi Morpurgo, vi invito a scrivermi le vostre impressioni di questo nuovo lavoro, che è solo il primo di una serie! Infatti il secondo capitolo della saga, IL PRIMO RAGGIO, è in via di rifinitura finale, grazie a tutti gli amici che hanno letto le bozze dandomi spunti e idee preziose.

Grazie anche a tutti coloro che hanno creduto in questa storia, quando non era altro che una visione. Vi voglio bene.

Emilianacopertina il centro della ruota

DAKINI

Le DAKINI
Ricerca basata in parte su un testo di Judith Simmer-Brown

La Dakini è una figura di divinità femminile diffusa sia nell’Induismo che nel buddismo.
Nel mondo Indu, la Dakini è associata alla Dea Kali, in genere nella forma di demone femminile che la assiste, e a Kali rimandiamo per la sua trattazione. Parleremo qui invece della Dakini in ambito buddista.

Dakini è una traduzione della parola tibetana “khandro“, che letteralmente significa “colei che va in cielo”, o “colei che si muove nel cielo”.
In termini più poetici, Ella è detta “la Danzatrice del Cielo” e per tale appellativo è stata assimilata qui in occidente alle figure celesti angeliche.
Colei che danza nel cielo, che è libera, libera grazie all’aver superato gli ostacoli e i limiti della mente comune.
Le Dakini – perchè Dakini in realtà è plurale, una pluralità di Dee, una pluralità di forme della Dakini, incarnazione del femminile divino – sono diverse fra loro come possono esserlo le singole fiamme dell’unico fuoco che nell’iconografia la circonda. Sono la conoscenza e il potere magico.
Come aiuti spirituali, sono in grado di risvegliarele forze dormienti che giaciono nel profondo.
Le Dakini hanno la natura del fuoco e dell’acqua: sono il fuoco della conoscenza che disperde l’illusione e sono forme fluide, in grado di sciogliere le parti di noi che si sono irrigidite.

In generale, la dakini rappresenta il flusso sempre mutevole di energia su cui chi pratica la meditazione deve lavorare per arrivare alla realizzazione. Può assumere sembianze umane, apparire come una Dea – pacifica o aggressiva – o essere percepita semplicemente come l’eterna manifestazione dell’energia nel mondo fenomenico.

La dakini è probabilmente la più importante manifestazione del principio femminile nel buddhismo tibetano.
Secondo l’insegnamento tibetano, il principio femminile si compone di due aspetti principali: la Madre e la Dakini.
In quanto principio femminile, questi due aspetti liberano la mente del praticante dagli schemi abituali teorici e li portano nel campo dell’ esperienza immediata del mondo dei fenomeni .
L’aspetto della dakini è direttamente legato al primo aspetto del principio femminile, il principio materno, che rappresenta la purezza non-nata della madre di tutti i fenomeni, ma lo coniuga anche con la potenza del discorso logico.

Molte donne illuminate della tradizione buddista tibetana sono state riconosciute come incarnazioni di una dakini. Spesso esse avevano, della dakini, il potere oracolare. Per lo più tali donne mostrano una predilezione per l’abitare solitarie in una caverna, luogo del femminile archetipico.

Iconografia, immagini, manifestazioni e incarnazioni

La dakini è rappresentata per lo più in forma di donna nuda o seminuda, in posa danzante o attiva (colei che si muove, che danza , abbiamo detto), con un numero variabile di braccia.
E’ in genere inserita in un cerchio di fuoco, di fiamme. Ha spesso una collana di teschi e/o decorazioni di teschi. Può avere unghie simili ad artigli.
Tre sono gli oggetti principali che di solito appaiono nella rappresentazione della dakini: il coltello uncinato (kattari), il bastone con il tridente (katvanga), e la coppa-teschio colma di sangue (kapala).

Il coltello uncinato a mezzaluna della dakini (che la associa all’astro lunare), con il manico a vajra, nell’interpretazione tibetana fa uscire dalla sofferenza, taglia a pezzi il sé centrato nell’io ed è guidato dalla chiarezza adamantina della conoscenza.

Il katvanga, il bastone, rappresenta il consorte segreto maschile della dakini. Tenendo il katvanga la dakini dimostra di aver incorporato il principio maschile dentro di lei e che questa energia è a sua disposizione. Grazie a questo bastone ha il potere di stare da sola, da cui la predisposizione all’autonomia e all’isolamento delle dakini incarnate.

La dakini che tiene il bastone, come suo consorte, può essere fonte d’ispirazione per la donna nella nostra cultura, dove non sono comuni immagini di questo tipo del principio femminile con cui identificarci. È evidente che la nostra cultura ha dissuaso la donna dall’affermare la propria potenza femminile. La donna non è incoraggiata a considerare le sue asserzioni e la sua ira in modo positivo, mentre per secoli è stato trasmesso che è bene che il femminile sia docile e mai minaccioso.

Più in generale, se consideriamo la dakini quale principio femminile come sottile flusso di energia che attraversa tutto il mondo fenomenico e quindi in primo luogo la natura, quando qualcuno si comporta in modo da disturbare l’energia della terra, anche il principio della dakini sarà offeso, e ciò porterà malattie, carestie e guerre. Anche in questo caso la dakini si manifesterà nella sua energia irata.

Al di là dell’iconografia cui fa riferimento la meditazione formale sulla dakini, c’è la spontanea manifestazione della dakini nella vita di tutti i giorni, l’incarnazione della dakini. Nelle biografie delle dakini e nelle storie dei grandi santi del Tibet, la dakini appare in momenti particolari. Tali incontri si rivelano spesso come una sfida sottile e penetrante al praticante concettualmente fissato. Si possono manifestare attraverso una dakini umana, attraverso un sogno o una visione simile al miraggio, che svanisce dopo che il messaggio è stato comunicato. Questi incontri hanno spesso una qualità concreta, pratica e penetrante, che è tagliente e terrificante. Attraverso il contatto con la dakini si aprono le facoltà dell’ intuito e si manifesta la conoscenza; se tali energie non vengono rese attive, la pratica rimane qualcosa di amorfo e intellettuale.

La giovinetta scherzosa e la megera
Le dakini si manifestano in questi momenti particolari con volti diversi, fra i quali spiccano due aspetti, che ci ricordano le innumerevoli dee dal duplice volto, quello luminoso e quello oscuro, quello diurno e quello notturno, delle tradizioni mediterranee e nordeuropee.

La dakini può giungere con l’apparenza della giovinetta:
La dakini crea anche un senso di vicinanza e gaiezza scherzosa che può rivelarsi terrificante. Come afferma Trungpa Rinpoce:
La giovinetta scherzosa è sempre presente. Ti ama e ti odia. Senza di lei la vita sarebbe una noia continua. Ma continuamente ti gioca scherzi. Quando vuoi liberarti di lei si aggrappa. Liberarti di lei significa liberarti del tuo stesso corpo, tanto ti è vicina.
Nella letteratura tantrica si parla del principio della dakini. Alla dakini piace scherzare: gioca d’azzardo con la tua vita.

Altre volte la dakini giunge al sagggio in meditazione con l’apparenza della vecchia megera:
Nella vita di Naropa si narra di un incontro che egli ebbe con una dakini nelle sembianze di una donna vecchia e brutta.
Era una vecchia con 37 elementi di bruttezza: gli occhi erano rossi e profondamente incavati; i capelli colore rosso giallastro e scarmigliati; la fronte larga e sporgente; il viso aveva molte rughe ed era raggrinzito; le orecchie lunghe e pesanti; il naso storto e infiammato; aveva una barba gialla striata di bianco; la bocca storta e aperta; i denti rivolti in dentro e marci; la lingua faceva movimenti di masticazione e inumidiva le labbra; fischiava quando sbadigliava; piangeva e le lacrime le scorrevano giù per le guance; rabbrividiva e ansimava per riprendere fiato; la sua carnagione era di colore azzurro scuro; la pelle ruvida e spessa; il corpo curvo e obliquo; il collo piegato. Era gobba ed essendo zoppa, si appoggiava a un bastone.
“Che cosa stai facendo ?” disse la vecchia a Naropa. “Studio i libri della grammatica, l’epistemologia, i precetti spirituali e la logica”.
“Li capisci?”. “Si”. ” Capisci le parole o il senso?”. “Le parole “.
La vecchia fu deliziata da quella risposta, si scuoteva dal ridere e cominciò a danzare brandendo in aria il bastone. Pensando che avrebbe potuto sentirsi ancor più felice, Naropa aggiunse: “Capisco anche il senso”.
Ma allora la donna prese a piangere e a tremare e buttò in terra il bastone. “Come mai eri felice quando ho detto che capivo le parole, ma ti sei rattristata quando ho aggiunto che capivo anche il senso?”. “Mi sono sentita felice perchè tu, che sei un grande dotto, non hai mentito e hai ammesso francamente di capire soltanto le parole. Ma mi sono sentita·triste quando hai mentito affermando di capire il senso, che tu non capisci”.
“Allora chi capisce il senso?”. “Mio fratello Tilopa”. ” Presentami dunque a lui, dovunque egli possa essere”. “Vai tu da solo, fagli i tuoi omaggi e pregalo di farti arrivare ad afferrare il senso”.
Con queste parole la vecchia scomparve come un arcobaleno nel cielo.
Questa visione scosse Naropa poiché la dakini gli aveva rivelato senza misericordia che, solo con una conoscenza analitica, non si raggiunge il cuore dell’argomento. Tutto quello che Naropa aveva trascurato e mancato di sviluppare gli fu rivelato dalla dakini nelle sembianze della megera vecchia e brutta.

Le dakini trasmettono direttamente attraverso l’esperienza di vita, anziché tramite complicate disquisizioni filosofiche. Per questa ragione la dakini è in relazione agli insegnamenti tantrici che hanno a che fare direttamente con l’energia del corpo, della voce e della mente, pittusto che con gli insegnamenti sutrici più intellettuali.

La dakini è la divinità che incarna della saggezza, il potere di chiarezza indistruttibile, in quanto essenza di ogni esperienza.
Essa non è più puro spazio (quello spazio che rappresenta la madre) , ma l’ardente energia del risveglio che proviene dalla saggezza della purezza.

L a dakini nella tradizione buddhista ha subito una trasformazione che l’ha resa diversa dalla sua omonima induista, con la quale, abbiamo visto, condivide parte dell’iconografia, una trasformazione che la rende colei che si pone all’interno della concettualità, dell’egocentrismo, della mente limitata e consuma l’illusione con un ardore che conferma il suo indistruttibile risveglio.

Personifica il carattere sacro inerente e tutti i fenomeni, a ciò che appare, ha ciò che si manifesta, e ha il potere di ricordarlo alla mente del praticante.

L’essenza della dakini è espressa nel suo essere “Colei che danza nel cielo”. Come il cielo essa è l’essenza dello spazio infinito; la sua manifestazione è dinamica: qualcuno che è in movimento, che danza o che cammina.
Essa è quindi la manifestazione dinamica della saggezza, la purezza non-nata che appare in tutte le esperienze.
Le sue qualità penetranti ci ricordano la purezza fondamentale e il potere dell’ esperienza ordinaria.

Dakini e la tradizione orale, il soffio delle dakini
Il ruolo fondamentale della dakini è quello di essere guardiana delle istruzioni orali e degli insegnamenti esoterici.
Le dakini sono le ispiratrici della trasmissione dal maestro al discepolo e ne proteggono l’integrità attraverso le loro qualità irate.
In questa trasmissione orale, chiamata Lignaggio mormorato, è essenziale che questi potenti insegnamenti personali siano trasmessi sotto buoni auspici.
Per questi motivi le dakini garantiscono che:
gli insegnamenti siano concessi in un ambiente appropriato;
l’insegnante sia un guru qualificato;
i discepoli abbiano devozione e rispetto;
i tempi siano maturi;
che gli insegnamenti siano appropriati nel contenuto e nella forma alla situazione nel suo insieme.
Quando queste condizioni sono unite all’intensa devozione, le dakini sostengono l’insegnamento e vengono invocate e venerate dal guru e dal discepolo. Milarepa, a proposito delle istruzioni orali, disse: gli insegnamenti del lignaggio mormorato sono il soffio della dakini.

Nel caso dei terma, o tesori d’insegnamenti nascosti, la tradizione tibetana racconta che Padmasambhava confidò alle dakini insegnamenti scelti, celati e dissimulati per una scoperta e una propagazione futura.
Il segreto di questi insegnamenti venne protetto dal codice segreto delle dakini, nel quale erano trascritti, per essere rivelato quando fosse giunto il momento opportuno. I testi sono di fatto incomprensibili per chi non ha ricevuto la trasmissione spirituale che permette di decifrarli.
Nelle circostanze e nell’ambiente adatto, il codice delle dakini risveglierà la trasmissione nella mente del praticante perspicace e gli insegnamenti diverranno immediatamente comprensibili.

In quanto guardiane dell’integrità degli insegnamenti, le dakini sono la manifestazione dell’essenza della mente della saggezza dei buddha: esse garantiscono che il giusto significato sia trasmesso, con tutto il potere e l’intensità che ne caratterizzano la sua autenticità. Per questa ragione, all’assemblea delle dakini viene chiesto di di aprire le porte della saggezza della mente.

Altri miti e racconti

Qualche volta la dakini si manifesta come guida spirituale o come maestro e insegna in molti modi. Secondo le biografie tradizionali, molto spesso la dakini sostiene e benefica lo yogi o la yogini scoraggiati; qualche altra volta si manifesta, invece, per mettere alla prova il praticante sulla sua reale motivazione.
Può ricorrere a dei metodi molto impressionanti e non convenzionali per istruire lo yogi o la yogini, creando un caos che mette in luce le rimozioni e le zone d’ombra, provocando un immenso dolore, così come una immensa chiarezza.
Nel celebre aneddoto del mahasiddha Naropa che abbiamo raccontato, la dakini gli appare sotto l’aspetto di un’orribile megera che lo sbeffeggia in quanto, sebbene erudito, non ha compreso il vero significato degli insegnamenti e gli suggerisce di trovarsi un guru qualificato come maestro.

Come maestra/consorte, la dakini ha la capacità di unire lo yogi e la sua natura più intima, in una maniera molto diretta e potente. L’unione con la consorte, risveglia nello yogi realmente pronto, l’esperienza della natura vajra che taglia le interferenze sul cammino.. Con un addestramento adeguato, la sessualità diventa uno strumento potente di liberazione dei canali fisici sottili e crea la via reale per l’illuminazione ultima.
Durante il suo terzo viaggio in India, Marpa il traduttore fu inviato da Naropa presso Vajrayogini, chiamata “consorte co-emergente”, per ricevere conferma sulla sua comprensione degli insegnamenti. Quando si incontrarono la dakini lo benedisse nell’unione e gli rivelò l’essenza ultima degli insegnamenti mahamudra.

Nell’ aspetto di ydam (forma abbreviata di yid-kyi damtsig o legame sacro della mente) , divinità personale che aiuta la scoperta della vera natura della mente, la dakini insegna nel modo più potente. E’ lo ydam che lega irrevocabilmente il praticante alla chiarezza luminosa che è in lui.
Come ydam, la dakini è la forma protettrice della pura saggezza della mente del praticante, indissolubilmente a lui legata, benché esistente separatamente.

Vajrayogini, Dakini -Ydam
Vajrayoghini, la personificazione della vacuità vajra, è la forma più celebre della dakini-ydam.
La si visualizza semi-irata, di colore rosso vivo, adorna di ornamenti macabri.
E’ la passione che brucia con ardore il combustibile delle interferenze emozionali e si manifesta nell’ambito dell’egocentrismo.
In quanto divinità semi-irata, ha il potere di disgregare immediatamente i veli dell’oscurantismo; brandendo il kattari, essa taglia le illusioni egoiche. Inoltre, attraverso la sua figura di passione, invita il praticante e lo inebria.
Nella sua mano sinistra essa sostiene una calotta cranica che contiene amrita inebriante.

Vajrayoghini concilia in sé i due aspetti del principio femminile: la madre e la dakini.
E’ conosciuta come Prajnaparamita, madre del vincitore dei tre tempi, non-nata, senza fine, dotata di una natura simile al cielo, che può essere sperimentata solo dalla saggezza del discemimento.

Essa è anche conosciuta come consorte co-emergente, o saggezza simultanea.
In termini di principio femminile la saggezza co-emergente implica il riconoscimento dei fenomeni per quello che essi realmente sono, privi della necessità di concettualizzazione o di interpretazione.
Vajrayoghini personifica i fenomeni che spontaneamente sono emersi nella realizzazione della saggezza nella mente del buddha.

Le dakini e la natura femminile
I lama tibetani affermano spesso che certe donne, fuori dal comune, sono delle dakini. li femminile non è un principio astratto; esso si manifesta
costantemente, in maniera specifica, nella realtà umana relativa.
Un verso della Prajnaparamita dice:

non dubitare della donna, adorala! 

Nella sua vera natura è Bhagavati, perfezione di saggezza e, in questo mondo empirico, Bhagavati ha assunto una forma femminile.
La natura femminile nel contesto della tradizione vajrayana è spaziosità, che significa saggezza, nel caso della madre; in più, è l’ardente, appassionata ed energica attività destinata a risvegliare gli altri alla spaziosità e alla purezza fondamentale, nel caso della dakini.

L a dakini, abbiamo visto prima, tiene il bastone, incorpora cioé il suo lato maschile.
Per il femminile che si ispira alla dakini ciò significa che non è precluso un rapporto positivo e appassionato con un uomo reale. Piuttosto, la forza che essa acquista incorporando l’aspetto maschile in sé, bilancia la polarità interiore di energie e la rende maggiormente disponibile a una relazione genuina. Anziché considerare il suo compagno da una posizione di povertà (la bella addormentata che deve essere svegliata dal principe), essa è già sveglia e ,danza e non ha bisogno di succhiare l’energia dal consorte per trovare l’equilibrio. E in grado di dare e di ricevere grazie a una condizione di totalità e di ricchezza. In questo modo riesce a evitare relazioni che si rivelerebbero dolorose e masochistiche.

La saggezza del principio femminile inoltre comprende la natura ultima della mente che non è né maschile né femminile. La dualità fra maschile e femminile sottolinea l’attitudine del vajrayana nei confronti dei fenomeni. li samsara non è un problema da risolvere: è una realtà della quale bisogna gioire.
La dualità del femminile e del maschile sono delle realtà gioiose, che ricordano la felicità innata nella dualità dei fenomeni.
La passione vissuta dagli uomini e dalle donne avvicina alla felicità della realizzazione assoluta.

L’importanza di un contatto intimo con una dakini che abbiamo incontrato nei racconti della dakini quale consorte co-emergente, che benedice nell’unione, ci introduce al tema del tantra, quello dell’importanza dello yoga del sesso, che aprirebbe ulteriori aree di consapevolezza e di conoscenza, ma si tratta di un tema ‘delicato’ nel buddismo tibetano…

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Il testo è stato tratto e sintetizzato da Anna Pirera da:
Il principio femminile della dakini nel buddhismo tibetano, Dott.ssa Judith Simmer-Brown
(Articolo estratto da Dharma n. 30 – Revue de L’ Institut Karma Ling 1998)
e dalla prefazione di ‘Donne di Saggezza’ (biografie di sei yogini tibetane) di Tzultrim Allione, ed Ubaldini
Nell’intento di rendere comprensibile i testi ai non addettti ai lavori del buddismo, molti brani sono stati riassunti e sono state aggiunte integrazioni da fonti in rete. Se qualcuno riscontrasse affermazioni non corrette, è pregato di segnalarle a anna@ilcerchiodellaluna.it.


Inserito nel sito www.ilcerchiodellaluna.it nel marzo 2009

Immagine di apertura: Celtic Buddhist Lineage


nigredo

Il saggio non è sorpreso dalla morte, egli è sempre pronto ad andarsene. La Fontaine

Questo stato melanconico è così potente che, secondo scienziati e dottori, può attrarre demoni al corpo, anche al punto che si può entrare in confusione mentale o avere visioni.Agrippa

Nigredo, o “nerezza”, nel linguaggio alchemico significa putrefazione, decomposizione. Con la penetrazione del fuoco esterno, il fuoco interno viene attivato e la materia inizia a putrefarsi. Il corpo si riduce alla materia prima da cui originò. Questo processo viene anche chiamato “cottura”. La terra nera è chiusa in un vaso o in una borraccia e scaldata.

Basilius Valentinus, Azoth, Paris, 1659.

Il corpo deve essere decomposto. Ciò significa spostare la propria consapevolezza all’io interiore. I pianeti rappresentano entrambi stadi di questo processo durante il quale le energie del corpo devono essere trasmutate. La stella Saturno è nera, giacchéSaturno simboleggia la Nigredo. Il Sole e la Luna sono gli opposti da unire, e il fuoco e l’aria sono gli elementi che stimolano la decomposizione. Il corvo nero è un altro simbolo della Nigredo. I due uccelli che escono dal corpo sono l’anima e lo spirito. Bisogna diventare consapevoli della propria anima e del proprio spirito. Il cerchio evidenzia l’idea dell’unione o unificazione.

Nigredo rappresenta le difficoltà che l’uomo deve superare durante il suo viaggio negli inferi, ossia all’interno di se stesso. La Nigredo è talvolta definita “più nera del nero più nero”. Ercole doveva portare a termine dodici compiti quasi impossibili. Il pellegrino incontra tradizionalmente ombre, mostri, demoni. Negli antichi misteri i candidati dovevano subire prove iniziatiche difficili, a volte dolorose e addirittura pericolose.

Oltre alla testa di corvo (“caput corvi”), uno dei simboli della Nigredo in alchimia è la “decapitazione”. Tutti questi simboli fanno riferimento alla morte dell’uomo comune, intesa come morte del suo caos interiore e dei suoi dubbi, poiché egli è incapace di trovare da solo la verità dentro di sé. In una delle sue fatiche, Ercole pulisce le stalle di Augias, a rappresentare la pulizia di tutte le impurità interiori.

Psicologicamente, la Nigredo è il processo in cui ci si dirige verso il ritrovamento dell’auto-conoscenza. Un problema riceve piena attenzione e viene ridotto alla sua essenza. Ciò non viene fatto in maniera esclusivamente mentale o intellettuale, ma soprattutto usando le emozioni. Con la vera immersione si causa la putrefazione, la decomposizione di ciò in cui si era incastrati.

Il confronto con la realtà interna è spesso doloroso e può portare alla depressione. Ma una volta entrati nella profondità del buio, con la scoperta del seme del problema – il seme nella materia prima – nasce la luce bianca (albedo, bianchezza, la fase seguente). Sorge uno stato di riposo. La presa di coscienza del problema è stata ottenuta, il problema è stato emotivamente elaborato ed emerge la conoscenza su come affrontarlo in un modo più positivo e costruire così un atteggiamento più puro. Gli alchimisti parlavano di sciogliere “il miscuglio” (l’uomo con tutte le sue complessità) allo scopo di tornare al germe originario, alla Quintessenza. “Ciò da cui una cosa è stata fatta in modo naturale, attraverso quella stessa cosa deve tornare a uno stato dissolto nella sua stessa natura. Tutto deve essere dissolto e ridotto a quella forma da cui scaturì” (Anton Joseph Kirchweger, 1728) La “Materia” deve essere spogliata delle sue superfluità per arrivare al centro che contiene tutto il nucleo del “miscuglio”. Il seme è l’essenza e contiene tutte i poteri essenziali del corpo. Bisogna arrivare al centro dei problemi, al centro delle emozioni, il centro di se stessi. Lì risiede il potere della trasformazione.

Saturno è il pianeta che simbolicamente governa la fase della Nigredo. Analogamente a Mercurio, il simbolo di Saturno viene usato, in alchimia, come simbolo del caos, della materia prima sotto forma di pietra grezza e della pietra filosofale. Questi sono tutti simboli che indicano l’uomo all’inizio del processo alchemico. Saturno, coi suoi strumenti tradizionali – la falce e la clessidra – è il dio della morte e della putrefazione, dalle quali sorgerà nuova vita. Come la lancia e la spada, la falce è uno strumento di penetrazione. Saturno è il piombo del filosofo. È il dio che causa malinconia e visioni demoniache. La “Malinconia” è un altro termine che indica la Nigredo. Dato che può sorgere la malinconia quando si lavora alchemicamente su se stessi, l’alchimista consiglia l’uso della musica per innalzare l’anima.

Saturno è anche il dio della fertilità. Da qui l’espressione alchemica: “la nostra terra nera è terra fertile”, che esprime la trasformazione della morte a nuova vita, chiaramente descritta nella tredicesima carta dei tarocchi. Per dar vita a un nuovo inizio la putrefazione è una fase necessaria. La vita stessa è un ciclo di morte e rinascita, con la continua creazione di nuova vita che da all’uomo l’opportunità di lavorare su se stesso e sforzarsi di perfezionare la propria condizione. Gli alchimisti sostengono che la Nigredo dura quaranta giorni. Questo periodo di quaranta giorni ha un valore simbolico: Gesù digiunò per quaranta giorni nel deserto; ci sono quaranta giorni di digiuno tra la Pasqua e l’Ascensione; gli israeliti girovagarono nel deserto per quaranta giorni; il diluvio universale, con il quale Dio mondò la terra dai peccatori, durò quaranta giorni e quaranta notti; Sant’Antonio passò quaranta giorni nel Sahara, tormentato da estreme visioni erotiche e demoni.

 TRATTO DA ESOPEDIA

albedo

Il messaggero della luce è la stella del mattino. Così l’uomo e la donna si avvicinano all’alba della conoscenza, poiché in esso è il germe della vita, una benedizione dell’eterno.Haji Ibrahim of Kerbala

Lucifero, Lucifero, tendi la tua coda, e portami via, a tutta velocità attraverso lo stretto passaggio, la valle della morte, alla luce brillante, il palazzo degli dei. Isanatha Muni

Alla fine della Nigredo, appare una luce bianca. Siamo arrivati al secondo stadio della Grande Opera: l’Albedo, o bianchezza. L’alchimista ha scoperto dentro di sé la sorgente della sua vita, la fonte da cui l’acqua della vita scorre, donando giovinezza eterna. La sorgente è una: maschio e femmina sono uniti. Nelle immagini alchemiche vediamo una fontana da cui due flussi entrano nella stessa vasca. Albedo è la scoperta della natura ermafrodita dell’uomo. In senso spirituale, ogni uomo è ermafrodita. Questo è appurabile nella prima fase embrionale del feto. Non vi è sesso fino a dopo un certo numero di settimane dopo la concezione. Quando l’uomo discese nel mondo fisico, entrò un mondo di dualità. A livello fisico ciò si manifesta attraverso la differenziazione dei sessi. Ma il suo spirito è ancora androgino, contiene la dualità nell’unità. La sua unità non è legata allo spazio, al tempo o alla materia. La dualità è una caratteristica del nostro mondo fisico. È transitoria e infine cesserà di esistere. Quando maschio e femmina saranno di nuovo uniti si avrà l’esperienza del vero Sé. Il conscio e l’inconscio saranno completamente uniti. L’albedo avviene quando il sole sorge a mezzanotte. È un’espressione simbolica che rappresenta il sorgere del sole nel profondo del buio della nostra coscienza. È la nascita di Cristo nel cuore dell’inverno. Nel profondo di una crisi psicologica, avviene un cambiamento positivo.

tratto da ESOPEDIA

VITRIOLUM

L’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M., che viene usato nella letteratura alchemica, è formato dall’espressione latina Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam, che significa “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”.

L’alchimista scava la terra. Scavare o penetrare la terra è il primo passo del processo alchemico. La terra è il corpo, o se stessi. Penetrare la terra corrisponde a penetrare, conoscere, il proprio sé interiore.

Siamo quindi invitati a discendere nella terra, negli inferi, nell’inconscio. La terra è il simbolo dell’uomo fisico. L’uomo deve prendere coscienza del suo mondo interiore, di chi è, cosa sta facendo, quali sono le sue motivazioni eccetera. Una volta rivolta l’attenzione verso l’interno, si scoprirà un mondo nuovo: gli inferi dell’Ade, il regno oscuro delle ombre e dei mostri.

Questa discesa viene anche chiamata regressus ad uterum, “ritorno nell’utero”, un termine che viene spesso usato nei riti d’iniziazione. È un ritorno simbolico a un particolare stato primordiale dell’essere che accomuna ogni uomo nell’inconscio collettivo.

Nel profondo dell’uomo, nell’oscurità della sua psiche, risiedono i moventi delle sue azioni. Dunque il regressus ad uterum, il prendere coscienza di questi moventi profondi, è una condizione necessaria per entrare nella zona di morte illuminata dalla luna, e successivamente sperimentare la rinascita. Terra Mater, la Madre Terra, è sempre stata collegata alla nascita, con l’unione tra uomo e donna (conscio e inconscio); unione dalla quale la nuova vita sgorgherà dopo la morte. I popoli primitivi svolgevano le loro iniziazioni al buio o sottoterra, ad esempio nelle grotte. In Egitto, le iniziazioni si svolgevano nelle piramidi o nelle cripte interrate dei templi. In Persia si usavano principalmente nelle grotte, mentre gli indiani d’America avevano apposite capanne. I misteri di Mitra venivano eseguiti in templi costruiti sottoterra. La stessa iniziazione era simboleggiata dalla penetrazione della pancia della Grande Madre, o del corpo di un mostro marino o animale selvatico.

Nella mitologia greca, Orfeo discese nell’Ade per cercare Euridice (il simbolo della sua anima perduta). Il Dio hindù Krishna discese negli inferi per cercare i suoi sei fratelli (i sei chakra, essendo Krishna il chakra della corona). Dice una leggenda che, dopo la sua morte, anche Gesù discese nel regno di Satana per salvare l’anima di Adamo (l’uomo puro).

La porta della saggezza eterna (Heinrich Khunrath, Amphiteatrum Sapientiae, Hanau, 1604).

Nell’alchimia, l’entrata dell’inconscio è spesso rappresentata dall’entrata delle grotte, da racconti di viaggi negli inferi o strani luoghi lugubri del mondo. Talvolta si trova negli scritti alchemici la rappresentazione del re che si fa il bagno. L’acqua, alchemicamente parlando, rappresenta proprio l’inconscio. Il Re, che è invece la nostra coscienza, vi si immerge proprio per venire a contatto con i suoi contenuti e così portarli alla luce, alla propria coscienza.

Un altro modo in cui questo contatto tra coscienza ed inconscio viene rappresentato è il simbolo della “coniunctio” (congiunzione) o “concepito” (concezione) tra il Re e la Regina, che avviene principalmente nell’acqua, in una sorgente o in una fontana. La Regina quindi rappresenta il femminile, l’acqua, l’inconscio.

La discesa nell’inconscio non è priva di pericoli. In senso psicologico può ad esempio sfociare nella schizofrenia. Nella mitologia, l’eroe penetra gli inferi per lottare contro mostri e demoni. La Grande Madre gli appare sotto forma di un essere terribile, spesso il Signore della Morte. Per il suo coraggio e la sua audacia, la Grande Madre, Dea della fertilità, gli offre grande conoscenza e grande saggezza.

Quando nell’alchimia si lavora con i metalli (così vengono chiamate le passioni e le emozioni dell’uomo), il piombo viene usato come materiale iniziale. Gli alchimisti dicono che nel piombo vi è un demone che può causare la pazzia. Il piombo è sotto il dominio di Saturno, il Dio della malinconia, che causa disturbi e visioni demoniache. Il piombo, il più impuro dei metalli, deve essere trasformato nel metallo puro, l’Oro, simbolo dello Spirito. In generale, il piombo rappresenta le passioni inferiori e più terrene dell’uomo. E’ su di loro che l’alchimista opera, rettificandole (rectificando) e sublimandole sempre più. Cosa significa questo? Ce lo spiega un testo del Taoismo moderno: “Ecco perché Buddha Jou-lai (Tathagata), nella sua grande misericordia, ha rivelato il metodo, il lavoro alchemico del Fuoco, e ha insegnato al popolo a rettificare la propria vera natura e pienezza”.

(Solomon Trismosinus, Aurum vellus, Hambutg, 1708) – Nel bordo, la frase latina di vitriolum. Il sole e laluna sono gli opposti che nell’uomo devono essere uniti. Il calice è il “vaso” o vasca alchemica, simbolo del corpo. I segni planetari rappresentano i diversi stadi del processo alchemico. La doppia aquila è ilMercurio, il leone è lo Zolfo e la stella è il Sale, i tre ingredienti del processo. Il globo sinistro con le nuvole è il microcosmo, il globo destro con le stelle è il macrocosmo.

“Rectificando”, al centro dell’acronimo VITRIOLUM, significa “correggere” gli aspetti negativi della propria psiche, purificare le emozioni negative. Serve a drizzare ciò che è cresciuto storto durante la vita. L’alchimista deve purificarsi da tutta la “sporcizia”, da tutte le sue “scorie”. Deve lavare “il corpo” per migliorarlo e perfezionarlo. I metalli devono essere purificati da “elementi esterni impuri e distruttivi”. I metalli in questo caso possono essere interpretati come emozioni.

Entrare nell’inconscio significa anche entrare nell’inconscio collettivo che tutti condividiamo. Nella mitologia greca vi era il Tartaro, nome originariamente usato per indicare gli inferi. Il Tartaro è il mondo psichico nel profondo dell’uomo, dove risiedono tutti gli istinti inferiori, come la brama di uccidere e distruggere, la sete di sangue, la paura, l’odio, la vendetta, il desiderio di potenza eccetera. Non è facile da ammettere a se stessi, ma tutte risiedono in noi. Abbiamo represso tutte le nostre emozioni oscure confinandole nel profondo regno del Tartaro. Questa è l’eredità umana, risalente a tempi antichi.

È compito dell’uomo conoscere, sentire ed essere responsabile di tutte le proprie emozioni. Esse non devono essere semplicemente represse, poiché così facendo si otterrebbe l’unico effetto di “comprimerle” in qualche angolino della propria psiche, dal quale potrebbero emergere quando meno ce le aspettiamo. Vanno invece sublimate, cambiate e trasmutate in sentimenti più elevati. La repressione incatena l’uomo proprio agli oggetti che reprime, ma la purificazione li trasmuterà in elementi positivi, portandolo più vicino alla sua vera essenza. Fin quando non intraprenderemo consapevolmente la Grande Opera, dolore e sofferenza disturberanno le nostre vite. Dobbiamo affrontare i mitici mostri nella profondità del nostro inconscio e illuminarli. Essi fanno parte dell’essere umano. Non possiamo scartarli, ma possiamo controllarli, dominarli, imparare da loro, e trasformarli in servitori del Divino. I mostri non sono mostri di per sé. Sono soltanto caratteristiche della natura umana che sono state distorte o che quantomeno non ci sono più utili. Noi possiamo rettificarle ed utilizzarle a nostro vantaggio, per ascendere alla Consapevolezza del Sè.

TRATTO DA ESOPEDIA

CERNE ABBAS E DRAGONHILL

Il gigante di Cerne Abbas è una figura scavata sul pendio di una ripida collina e rappresenta un gigantesco uomo nudo. L’opera si trova in Inghilterra, nei pressi del villaggio di Cerne Abbas, a nord di Dorchester, nel Dorset. L’incisione, alta 55 metri e larga 51, si vede meglio dal lato opposto della valle o dall’alto ed è formata da una trincea larga 30 cm, profonda 30 cm, realizzata strappando l’erba e scavando la terra fino al gesso sottostante. Nella manodestra il gigante sorregge una clava lunga 37 metri.

Dettaglio dei genitali e delle gambe

Come per altre figure di gesso scavate nella campagna inglese, anche il gigante di Cerne Abbas è stato considerato spesso una creazione antica. Però, al pari dei precedenti, la sua storia non può essere ricostruita oltre la fine del XVII secolo, rendendo difficile far risalire la sua origine all’età del Bronzo, all’epoca romana o persino all’alto medioevo. Al di sopra e a destra della testa del gigante c’è un earthwork (tracce in rilievo sul suolo dovute alla presenza di resti archeologici nel sottosuolo), conosciuto come “the Trendle”, o “the Frying Pan” (la padella). Scritti medievali fanno riferimento a quest’area con il toponimo “Trendle Hill”, ma non attestano la presenza del gigante, portando alla conclusione che probabilmente esso sia stato scavato circa 400 anni fa. Diversamente, il Cavallo Bianco di Uffington — una figura certamente preistorica, anch’essa scavata su collina, presso Berkshire Downs — fu notata e registrata da autori medioevali.

Secondo il folclore locale, un gigante danese che stava guidando un’invasione della costa fu decapitato dalla gente di Cerne Abbas mentre dormiva sul pendio della collina. La linea di gesso rappresenta il punto dove si trovava il suo corpo.

Esempio di simbolo fallico per via del pene eretto e dei testicoli in evidenza sulla figura, per centinaia di anni ci fu l’uso locale di erigere un albero della cuccagnasull’earthwork, intorno al quale le coppie, che non avevano figli, eseguivano una danza come rito di fertilità; anche oggi si sa di coppie senza prole che visitano il sito con la speranza che ciò faciliti il concepimento.

Nel 2008 un gruppo di archeologi, usando degli strumenti particolari, ha scoperto che parte della scultura è stata volutamente cancellata. Secondo queste scoperte, il braccio libero avrebbe dovuto sorreggere la rappresentazione della pelle di un animale, rendendo plausibile la teoria secondo cui il gigante rappresenta un cacciatore, oppure Ercole con la pelle del Leone di Nemea sul braccio. È stato anche suggerito che in realtà l’erezione sia il risultato della fusione di un cerchio rappresentante l’ombelico e un pene più piccolo, risalente a un riscavo in epoca vittoriana.[14]

Si pensa che il cavallo rappresenti un simbolo tribale forse collegato ai costruttori di Uffington Castle, una fortezza che risale all’età del ferro. A causa dell’angolazione del pendio su cui il cavallo è scavato, solo una piccola parte del cavallo può essere vista da un osservatore che sta sul terreno, il che indica un significato magico o religioso della figura. 

il Cavallo Bianco

Il cavallo di Uffington è molto simile ai cavalli rappresentati su monete britanniche del periodo pre-imperiale romano e sull’urna funebre di Marlborough. Da secoli però la gente del posto sostiene che si tratta del ritratto del drago ucciso da San Giorgio sulla vicina collina chiamata Dragon Hill. 

Fino al XIX secolo, ogni sette anni il cavallo veniva scavato nuovamente in occasione di una fiera locale che si svolgeva sulla collina, durante la quale avvenivano battaglie con randelli, corse di cavalli, gare di rotolamento di oggetti e altri tipi di attrazioni per le folle). Ma quando la periodica “scrostatura” viene interrotta, la figura si scurisce rapidamente. È necessario ripetere spesso il lavoro affinché la figura rimanga visibile. Nel corso delle varie epoche si sono tenute cerimonie di pulizia semi-religiose.

Leggende

Si dice che la figura del cavallo bianco di Uffington rappresenti il drago ucciso da San Giorgio nella zona di Dragon Hill, che trasportato sulla collina da due gemelli , vi avrebbe lasciato un’impronta con il passare del tempo, impedendo di far ricrescere l’erba.

La leggenda più antica è quella che riconosce nella figura una rappresentazione della dea celtica Epona, dalla forma non umana ma di cavallo, veniva adorata per i suoi poteri relativi alla fertilità, alla guarigione e alla morte. A causa di questo si diceva che se una donna avesse passato una notte sdraiata sull’occhio del cavallo avrebbe poi donato alla luce un figlio.

 

DA WIKIPEDIA

SAN GIORGIO E IL DRAGO PER BAMBINI

La leggenda di San Giorgio

tratto da “Come sviluppare tutti i talenti del bambino”.
articolo di:

Autori vari

C’era una volta una città in cui tutta la gente era triste, perchè fuori dalle mura c’era un drago che ogni giorno pretendeva una fanciulla pura, senza macchia, altrimenti avrebbe distrutto l’intera città.
Ma ora non c’era, da sacrificare a lui, più nessuna fanciulla pura e senza macchia.
Rimaneva solo la figlia del re, e il re si rifiutava di dare al drago la sua unica figlia. La principessa però disse:”Devo andare dal drago, come hanno fatto tutte le fanciulle che sono dovute ma morire per la loro città. Io voglio che sia così anche per me”.

Su nel Cielo, il Signore era rimasto a osservare, ma ora che il drago chiedeva proprio la principessa, chiamò il suo fedele angelo San Michele e gli disse :”Devi trovare un cavaliere sulle Terra che combatta il drago, prima che sia troppo tardi”.
San Michele volò sulla Terra e iniziò la ricerca. Lontano, molto lontano, in un bianco castello in mezzo alla foresta, viveva un cavaliere chiamato Messer Giorgio.
Stava giusto sellando il suo cavallo, quando udì una voce dall’alto che gli diceva:”Devi cavalcare fino a una città in cui c’è un drago, e dovrai combattere contro questo drago prima che catturi la figlia del re”.

Messer Giorgio spronò il suo cavallo e raggiunse la città proprio quando la principessa stava per essere condotta dal drago. “Aspettate!” gridò Messer Giorgio. “Lasciate che la principessa rimanga al castello. Io ucciderò il drago!” “Tu sei pazzo”; gridò la folla, “ti sputerà addosso fiamme e veleno!” Ma Messer Giorgio non aveva paura. Rabbonì il suo cavallo che si era innervosito e segretamente chiamo Michele, il fedele angelo del Signore. “Che devo fare quando il drago mi sputerà addosso fiamme e veleno?” gli chiese. “Indossa questo mantello della verità e guarda che cosa succede,” fu la risposta. Subito, sulle sue spalle comparve un mantello azzurro.

Messer Giorgio cavalcò incontro al drago, che era furioso perchè la principessa non gli era stata portata.
Si lanciò sul cavaliere e sputò fiamme e veleno, ma Giorgio tenne il mantello della verità alto di fronte a sé.
Quando le fiamme e il veleno colpirono il mantello, vennero respinte indietro proprio negli occhi del drago, che rimase per un momento accecato. Allora diventò completamente pazzo di collera, e si lanciò ancora una volta sul cavaliere. Questa volta, però, riuscì a strappargli il mantello. Messer Giorgio allora sguainò la spada e colpì il drago. Ma quando la spada toccò il drago, essa si sbriciolò in mille pezzi.

Intanto gli abitanti della città, saliti sulle mura, osservavano trepidanti la lotta di Messer Giorgio contro il drago; quando videro la sua spada distrutta, il più coraggioso di loro disse:” Venite, dobbiamo andare ad aiutare Messer Giorgio”. Così gli cavalcarono incontro, con la spada in pugno. Ma ogni volta che una spada colpiva il drago, si sbriciolava in mille pezzi. “Che cosa dobbiamo fare?” chiesere. “Dobbiamo chiedere l’aiuto di San Michele,” disse Messer Giorgio.
Si rivolsero allora tutti a San Michele, che sentì la richiesta di aiuto e volò fino al Signore. Egli staccò un pezzo di sole e lo diede all’angelo. San Michele toccò con il pezzo di sole la spada di Messer Giorgio, e la spada tornò immediatamente intera. Ora risplendeva così luminosa che brillò su tutte le spade degli altri uomini coraggiosi, ed esse tornarono integre come prima. Allora gli uomini, guidati da Messer Giorgio, si lanciarono contro il drago, che venne accecato dalla luce della spada. Quando Messer Giorgio infilò la spada nel drago, questi si spaccò in mille pezzi, ucciso sul colpo.

Allora il re uscì dalla città con sua figlia e disse a Giorgio: “Tu ci hai salvati, Messer Giorgio, e come ricompensa avrai mia figlia e metà del mio regno”. Tornarono alla città guidati da Messer Giorgio, con il re e la principessa, seguiti da tutti gli uomini coraggiosi che lo avevano aiutato.

articolo tratto da Edizioni Red

NEFILIM

Il nome

Nella Bibbia la parola nephilim viene spesso tradotta come “giganti” o “titani“, mentre in altre traduzioni si preferisce mantenere il termine nefilim.

Alcune versioni parlano di eroi famosiguerrieri caduti o ancora angeli caduti e un’ennesima traduzione potrebbe essere quelli che sono precipitati giacché il nome deriva dalla radice semitica nafal, che significa cadere.

Nella Genesi (Genesi 6:1-8) si legge:

« 1 Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3 Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». 4 C’erano sulla terra i Giganti (Nephilim) a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi. 5 Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. 6 E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7 Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore. »
(Genesi 6:1-8, versione CEI-Gerusalemme)

L’interpretazione cristiana

I primi apologisti cristiani, come Tertulliano e soprattutto Lattanzio accolsero l’idea, presente chiaramente nel Libro di Enoch e negli scritti ad esso correlati, che i “figli di Dio”, i benei ha-elohim (בני האלהים: lett. “figli degli dèi”) fossero gli angeli caduti, come sembra alludere anche il passo della Genesi. Tuttavia, in seguito Giulio Africano ed Agostino d’Ippona condannarono l’idea che i così detti “figli di Dio” potessero essere angeli. Nella Città di Dio, i figli di Dio sono fatti divenire i discendenti di Set. Altri suggeriscono che i “figli di Dio” in realtà fossero personaggi storici del passato, completamente umani, divinizzati dalla tradizione orale. I “figli di Dio” sono quindi individuati come i discendenti di Set, mentre i “figli degli uomini” come i discendenti di Caino. A conforto di questa ipotesi si richiama il fatto che lo scopo del diluvio universale inviato da Dio era quello di spazzare via dalla Terra quei nefilim che si erano resi così orgogliosi e depravati ai tempi di Noè. L’idea che esseri divini possano accoppiarsi con umani risulta controversa, specialmente tra molti cristiani che, citando un’interpretazione degli insegnamenti di Gesù nel Vangelo di Matteo, affermano che “gli angeli non si sposano” (Matteo 22:30; Marco12:25) sebbene questo sia un concetto estrapolato dal contesto del verso, perché in Luca (Luca 20:34-36) Gesù afferma che i resuscitati non si sposano nel cielo, ma sono “come gli angeli”. In questa ipotesi però resta inspiegato di come sia possibile che dall’unione tra i figli di dio e i figli degli uomini possano nascere dei giganti, che tra l’altro ricompaiono anche dopo il diluvio, dove vengono specificate anche le loro dimensioni.

Altre ipotesi

Alcuni esegeti, trovando sgradevole o blasfema l’idea della copulazione tra angeli e umani, hanno suggerito interpretazioni più figurative del concetto di Nefilim, proponendo l’idea che fossero una progenie diposseduti dai demoni. Alla luce delle fantasie speculative moderne sulle storie dei rapimenti, alcuni hanno inoltre ipotizzato che si trattasse di una descrizione arcaica di una forma di inseminazione artificialee di manipolazione genetica da parte di alieni.

I Nefilim e la para-storia

Vi sono stati alcuni tentativi di riconciliare la mitologia con la scienza teorizzando che alla radice della mitologia vi siano elementi di verità nella forma di “leggenda” molto distorta. In questo contesto, i Nephilim sono stati associati con i fantomatici abitanti dell’Atlantide, che alcuni sostengono essere in contatto o addirittura discendenti dagli extraterrestri.

I Nefilim come superstiti preistorici

La teoria prevalente per stabilire un legame tra la scienza e la Bibbia è quella che sostiene che i Nephilim fossero neandertaliani sopravvissuti (oppure i loro resti ossei), o forse un ibrido tra Homo sapiens e uomo di Neanderthal. Questa teoria assomiglia a quella che associa la leggenda dei draghi alle ossa di dinosauro (nella Bibbia forse indicati con il nome ebraico Tannin).

Molti studiosi pensano che l’uomo moderno abbia condiviso gli stessi territori dei neandertaliani per molti millenni, e che la regione del Vicino Oriente sia stata l’ultimo habitat per uno sparuto numero di tribùsuperstiti di Homo sapiens neandertalensis o di H. neandertalensis. Dunque, è concepibile che sia rimasta una memoria popolare di queste tozze e forti creature, tramutata in leggenda che evolse successivamente in popolari racconti mitologici, più o meno adattati al loro gusto dalle varie civiltà. Ad esempio, in Sardegna, creature ancestrali, tozze e pelose sono raffigurate dalle maschere dei “Mamuthones“.

Tuttavia, gli studi più recenti hanno dimostrato come la commistione tra neanderthaliani e homo sapiens fosse un evento all’ordine del giorno per i nostri antenati, di cui alcuni discendenti portano ancora le tracce nei propri tratti somatici, rendendo in buona parte invalida una simile elucubrazione.

La teoria degli antichi astronauti

Zecharia Sitchin ed Erich Von Daniken hanno scritto libri sostenendo che i Nephilim siano i nostri antenati e che noi siamo stati creati (con l’ingegneria genetica) da una razza aliena (per i sumeri gli Annunaki, per l’ufologia contemporanea i nordici o gli abitanti di Nibiru). Nei voluminosi libri di Sitchin si impiega l’etimologia della lingua semitica e traduzione delle tavolette in scritta cuneiforme dei Sumeri per identificare gli antichi dei mesopotamici con gli angeli caduti (i “figli di Elohim” della Genesi). Osservando che tutti gli angeli vennero creati prima della Terra, lui constata che non possono essere della Terra… e dunque, potrebbero tutti essere considerati semanticamente come dei puri “extraterrestri“.

Nei suoi libri David Icke presenta una teoria simile, nella quale esseri interdimensionali rettiliani servendosi dell’ingegneria genetica danno luogo ad una progenie con tratti fisici di alta statura, pelle chiara, e suscettibilità a qualsiasi forma di suggestione ipnotica (che a suo parere, avviene quando i “demoni” posseggono la loro progenie e pretendono fedeltà), ed afferma che questa linea di sangue è rimasta in controllo del mondo dai giorni dei Sumeri fino ad oggi.

TRATTO DA WIKIPEDIA

CERNUNNOS

Cernunnos: il Dio dai palchi cervini

Uno strano personaggio attraversa la storia mitica d’Europa. Una creatura virile, dalle braccia muscolose e il viso altero, la testa ornata di alte corna di cervo. Confuso con il Diavolo in epoca più tarda, era invocato dalle streghe nei sabba, e non di rado lo vediamo raffigurato al centro di danze demoniache in molti quadri e raffigurazioni.

Ma chi è questo essere dalle corna da cervo? Un dio o un diavolo? E da quanto tempo accompagna la storia spirituale dell’uomo in Europa?

Vi era in effetti un antico dio celtico dalle corna di cervo, conosciuto in Gallia, in Italia settentrionale, lungo il Danubio, in Celtiberia. Il centro del suo culto si stendeva probabilmente nella Gallia orientale a nord del Giura, in un’ampia fascia compresa tra la Senna e il Reno, fino ai confini della Gallia Belgica. Troviamo, in tutta quest’area, molte figurazioni monumentali di questo Dio Cervo: in sculture, incisioni e bassorilievi provenienti da tutta la Gallia. Importanti sono i monumenti di Autun e Sommérécourt, la stele di Reims, gli altari di Saintes e di Vendeuvres, la figurazione di Nuits-Saint-Georges e il Pilastro dei Naviganti di Parigi. Nelle immagini, il Dio Cervo è spesso accompagnato da altre divinità gallo-romane, oppure da curiosi serpenti dalla testa d’ariete.

Calderone di Gundestrup: immagine del Dio Cervo.La figurazione più raffinata si trova sul meraviglioso Calderone di Gundestrup (I secolo a.C.), oggi custodito al Nationalmuseet di Copenhagen. Qui il Dio Cervo appare a gambe incrociate. Indossa un vestito e delle brache a strisce verticali, con una cintura in vita. Porta un torques al collo e ne tiene un secondo nella mano destra. Nella sinistra tiene stretto un serpente. Alla sua destra si stagliano un grande cervo e un toro, a sinistra un leone e un lupo; poco lontano sta un piccolo uomo a cavallo di un delfino [vedi immagine].

Come si chiamava questo personaggio? Esiste una sola figurazione del Dio Cervo che sia accompagnata da un’iscrizione. È il Pilastro dei Naviganti di Parigi, trovato sotto il coro della cattedrale di Nôtre-Dame nel 1711. Qui, in uno dei riquadri ritroviamo il Dio Cervo vestito con una tunica senza maniche che lascia nuda la spalla destra e un torques al collo; il nome, scritto in cima alla figura, è mutilo nella parte iniziale. Si legge soltanto: …ERNVNNOS

Nella frattura manca una sola lettera, e fin dall’anno della scoperta fu proposta la lettura Cernunnos. Questa parola richiamava il latino cornu [“corno”] e l’aspetto del dio suggeriva l’accostamento.

Incisione rupestre della Val Camonica Si pensa che Cernunnos sia stato il sovrano di tutti gli animali, delle fiere e del bestiame. Dio dal grande fallo, signore della fertilità, Cernunnos possedeva forse la forza combattiva e la potenza sessuale del cervo, nonché il perpetuo rinnovamento simboleggiato dalle sue corna ramificate, che cadono d’inverno per rinascere di nuovo rigogliose a primavera. In certi casi Cernunnos reggeva un sacco da cui dispensava abbondanza e ricchezza… in una figurazione lo vediamo addirittura spargere monete.

Cernunnos era una divinità celtica? Ci sono buoni motivi per pensare che questa figura risalga a tempi anteriori l’arrivo degli stessi Celti in Europa. Ne troviamo una traccia in Val canonica, sulle Alpi italiane, in un luogo ben transitato dai Celti. Qui si può ammirare una grande incisione rupestre, databile al IV sec. a.C., che ritrae un personaggio dotato di corna e di grande fallo, accompagnato da un piccolo uomo. La figura cornuta porta un circolo intrecciato intorno al braccio destro che potrebbe anche essere un torques; con la sinistra tiene invece un oggetto allungato non ben definibile, ed è forte la tentazione di pensare ad un serpente [vedi immagine].

Dunque si può pensare che il dio Cernunnos sia l’esito celtico di una figura assai più antica. Non si può non riandare con la memoria (ma qui il paragone è piuttosto debole) allo strano uomo-bestia dalle grandi corna di cervo affrescato nella grotta di Les Trois Frères, presso Montesquieu-Aventes [vedi immagine]. Questa figura risale addirittura al neolitico e non è chiaro se si tratti di una divinità o di un antenato totemico. Si pensa a una figura associata a riti magici o sciamanici per il buon esito della caccia. In tal caso vi era già una figura dai palchi cervini a rappresentare il signore della selvaggina, di cui favoriva la moltiplicazione, assicurando al tempo stesso il rispetto del patto tra preda e cacciatore.

Se così è, i Celti avrebbero preso la figura del Dio Cervo dai popoli indigeni dell’Europa centrale, reinterpretandola secondo le proprie esigenze culturali e religiose.

L’invasione romana della Gallia, e quindi, con l’introduzione del Cristianesimo, la fine totale della cultura celtica, provocò la perdita di quasi tutto il patrimonio tradizionale dei Galli, e quindi la ristrutturazione delle antiche figure mitiche in un nuovo ordine di idee. I miti celtici scomparvero quasi del tutto, e solo poche figure sopravvissero nel folklore posteriore, ormai irrimediabilmente trasformate e travisate. Nel caso di Cernunnos, qualche reminescenza del suo personaggio può essere ancora intravista nella posteriore mitologia dei Celti insulari. Si è pensato all’eroe irlandese Conall Cernach (si noti la radice cern), ma anche al guerriero feniano Finn mac Cumaill e a suo figlio Oisín, le cui leggende sono strettamente legate a immagini di cervi. Tutto ciò, però, potrebbe solo indicare un culto del cervo da parte dei Celti e non necessariamente un esito irlandese del Dio dei Palchi Cervini.

Ma lo stesso non si può dire di una strana divinità gallese, il dio Gwynn ap Nûdd, il re cimrico delle fate, descritto nel folklore con un bel paio di palchi cervini. E non è un mistero che, almeno etimologicamente, la parola gaelica finn vuol dire “bianco splendente”, ed è corradicale col gallese gwynn, che ha lo stesso significato.

Vi è poi il genio dai palchi cervini della tradizione inglese, Herne, tarda emanazione di Gwynn ap Nûdd, che Shakespeare evoca nell’ultimo atto de “Le allegre comari di Windsor”, dove vediamo John Falstaff travestirsi da Herne, con un bel paio di corna da cervo in testa, per poi farsi gabbare dalle fanciulle che intendeva sedurre.

Si può anche pensare a un culto del Dio Cervo, legato probabilmente alle feste della fertilità di Beltaine (1° maggio) che sia sopravvissuto, irrimediabilmente distorto e travisato, ma sempre con corna e fallo prominente, nei sabba delle streghe medievali. Non è un caso che, procedendo nella ricerca degli esiti posteriori del Dio Cervo, si arrivi alle figurazioni medievali del diavolo. Si vedano in tal caso le corna che spuntano dalla testa del diavolo sui monumenti irlandesi (Ahenny e Clonmacnoise) e romanici (cattedrale di Parma), nonché su molti manoscritti miniati. Anche qui si può pensare a una tarda sopravvivenza del dio Cernunnos, dio di un paganesimo ormai sconfitto, e trasformato in un dèmone.

Il culto del Dio Cervo da parte delle combriccole stregonesche è ritornato in auge con il neopaganesimo moderno, che comunque si nutre di “new age” e romanzi fantasy. Robert Graves ha dato parecchio da pensare ai risorti culti druidici con il suo “La dea bianca”, e Marion Zimmer Bradley reinventa i riti della fertilità di Beltaine, ipotizzando le nozze sacre tra le vergini e il Re Cervo ne “Le nebbie di Avalon”. In ogni caso, ci sono molti motivi, legati alla fertilità, alla ricchezza, alla primavera, al potere fecondante del maschio, che continuano a intrecciare magiche suggestioni intorno a questa affascinante figura.

Certamente da riscoprire.

Autore Dario Giansanti | Pubblicato il 23/02/2005
L’articolo originale si trova all’indirizzo http://web.tiscali.it/angolodidario/ritagliespiragli/Diopalchicervini.html
Il sito dell’autore si trova all’indirizzo: http://web.tiscali.it/angolodidario/index.html

ISIDE

Ecco finalmente il video di Iside! Grazie a tutti i componenti del Gruppo Madre Terra per la disponibilità, e ci scusiamo con quelli che sono stati omessi dal video pur essendo parte del gruppo, non essendo noi riusciti a contattarli per avere il permesso di pubblicare le loro foto.